IL SEICENTO: IL PALIO IN PIAZZA |
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Nelle prime decadi del Seicento il Palio concluse il suo processo di trasferimento in Piazza del Campo e la sua trasformazione in festa popolare. La proposta di correre il Palio in Piazza venne ufficialmente al Comune l'11 luglio 1605 dai due Deputati della festa per il Palio d'agosto, il Capitano Sigismondo Santi e il Cavalier Fortunio Martini. Diverse le ragioni addotte a sotegno della proposta: Nelle prime decadi del Seicento il Palio concluse il suo processo di trasferimento in Piazza del Campo e la sua trasformazione in festa popolare. La proposta di correre il Palio in Piazza venne ufficialmente al Comune l'11 luglio 1605 dai due Deputati della festa per il Palio d'agosto, il Capitano Sigismondo Santi e il Cavalier Fortunio Martini. Diverse le ragioni addotte a sotegno della proposta: il Palio con i cavalli per le strade era pericoloso e, inoltre, era impossibile godersi interamente lo spettacolo. Invece in Piazza "si vedrebbe tutto insieme e da ognuno con più lungo spatio ed in somma mentre ella durasse". La lunghezza della corsa in Piazza doveva essere equivalente a quella dal Santuccio al Duomo, ossia di un Palio alla lunga di quegli anni. Infine se la carriera venisse disputata non più da privati ma dalle Contrade, (come già si faceva alle feste rionali) il drappo e gli altri premi della corsa sarebbero rimasti a Siena: "rimanendo il Palio nella città se ne farebbero donativi a Chiese e luoghi pii, come sempre si è usato di fare a esse Contrade, quando a simil carriere hanno guadagnato cosa alcuna". Oltre all'aumentata spettacolarizzazione si sarebbe ottenuto un tangibile accrescimento dei beni culturali cittadini. L'idea fece subito breccia fra i senesi. Dopo, forse, altre corse in Piazza di incerta memoria, per il 1632 una stampa di Bernardino Capitelli ci offre data certa e prova sicura di un Palio alla tonda corso in Piazza. Nell'immagine i fantini cavalcano a pelo; sono all'arrivo della corsa e si stanno scambiando una gragnola di colpi furibondi con il sovatto, una sorta di gatto a nove code dal manico a forma di animale, metà arma, metà amuleto. All'interno della Piazza, contradaioli esultanti salutano la vittoria saltando giù dal palco, mentre i maestri di campo a cavallo corrono a mantenere l'ordine. Il Palio alla tonda fu corso in Piazza sempre più di frequente, ma fino alla metà del secolo coesistè con le bufalate, popolarissime a Siena ed in Italia dopo che nel 1597 il Concilio di Trento aveva lanciato i suoi fulmini contro le cacce ai tori ed altri giochi pubblici non tanto perchè violenti nella forma quanto perchè, nella sostanza, portatori di quegli elementi pagani (dionisiaci e bacchici) che si volevano definitivamente estirpare dalle tradizioni italiane. Le bufalate erano corse intorno alla Piazza. Presentate dalle Contrade, le bufale erano scortate da dodici pungolatori, muniti di un lungo bastone chiodato che non si sa bene quanto venisse usato per pungolare la propria bufala e quanto contro bufale e pungolatori di parte avversa. Il percorso, che era lungo tre giri partiva dal Vicolo di S. Paolo e la mossa si dava con uno squillo di tromba. |
![]() La più antica immagine di un Palio alla tonda, i ncisa nel 1632 da Bernardino Capitelli. Siena, Biblioteca degli Intronati |
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I fantini furono subito mercenari . Erano quei butteri bene in arnese che avevano giostrato nelle mischie delle bufalate e che portarono nei Palii alla tonda una virulenza che l'aristocratico Palio alla lunga aveva in misura assai minore. Se nelle corse alla lunga i fantini avevano corso essenzialmente verso la meta, in questi avrebbero anche lottato gli uni contro gli altri. L'adolescente che aveva sostituito il nobile a cavallo dei Palii antichi divenne un ambiguo senex puer di età più avanzata, talvolta deforme e grottesco come quei nani che in altre città combattevano nelle terribili tauromachie farsesche dell'età barocca, o, impeciati, andavano sulle bufale. Tali maschere sarebbero rimaste nelle memorie di senesi con crudi e crudeli soprannomi: Monco, Ranco (zoppo), Groppa Secca, Pilessi (epilettico), Stòrto, e la serie dei gobbi: Gobbo, Gobbo Chiarini, Gobbo Faenzi, Gobbo di Empoli, Gobbo Saragiolo. Subito nacque il problema mai risolto di regolare (e calmierare) l'entità del premio da corrispondere ai fantini vittoriosi. Oltre ad un compenso fisso si dette al fantino, la facoltà di questuare nella Contrada vincitrice. La questua è attestata per il 1657, mentre dopo la vittoria del 1666 l'Onda portò in assemblea il fantino Domenico di Barberino e lo invitò a scegliere tra il compenso di 10 scudi a stralcio oppure 40 lire più le mance. Il fantino scelse la seconda alternativa che fu votata e passò con venti palle bianche su venti votanti. Nei primi Palii alla tonda le Contrade avevano il compito di procurarsi il loro cavallo, ma per mantenere più eque le possibilità di vittoria dal 2 luglio 1676 le Contrade presentarono ciascuna un soggetto, e i cavalli venivano poi assegnati per sorteggio. Dal 1657 si stabilì che i fantini corressere "alla bisdossa" ossia a pelo, e che il cavallo vittorioso seguisse il suo fantino nella Collegiata di Provenzano, per quel Te Deum di ringraziamento che presto sarebbe divenuto un canto alla Madonna, nei secoli berciato a una voce e storpiato nelle parole (Maria Mater Grazie e via di seguito). Nell'Ottocento il colto Abate Giuliani, più attento come glottologo che come pastore di anime, scrisse scandalizzato di averlo ascoltato e di non avervi inteso "una parola sana". Nel 1666 il Collegio di Balìa deliberò che la vigilia dell'Assunta, per il Palio alla lunga che continuava, i barbareschi venissero con i barberi a farli benedire alle porte del Duomo. Quelli che correvano alla tonda sarebbero stati anch'essi benedetti nelle Chiese di Contrade con una cerimonia che ai più sembra una forma superstiziosa di sopravvivenza pagana, ma che invece continua un cristianesimo rituale, la beneditio equorum et animalium della Chiesa dei primi del secolo. |
![]() Masgalano in argento cesellato e sbalzato, vinto dalla contrada della Tartuca, raffigurante il ratto d'Europa (sec. XVI). Siena, contrada della Tartuca |
Dal 1685 le Contrade furono obbligate a correre il Palio anche se avevano avuto un cattivo cavallo.La partecipazione alla festa divenne un onore e un obbligo civico. Anche le Contrade proseguirono il loro processo di formazione. Da una parte cominciarono a darsi capitoli statutari, ossia vere costituzioni scritte, dall'altra si differenziarono nettamente dalle compagnie laicali con le quali erano vissute agli inizi in una simbiosi che si era rivelata scomoda.Ad esempio i confratelli e le consorelle della compagnia laicale di Santa Caterina in Fontebranda, che aveva scopi devoti e di servizio sociale nel rione, erano anche membri della Contrada dell'Oca, il cui capo eletto, il Governatore, assumeva il titolo di Priore della Compagnia, i cui capitoli erano quelli della Contrada. Nel 1600 l'Oca si divise bruscamente e nettamente dalla Compagnia che restò nell'ambito dei Domenicani. Contrasti con loro sulla custodia di reliquie e reliquario di Santa Caterina (la "sacra testa") sfociarono nel tentativo degli ocaioli di impadronirsi del reliquario a furor di popolo durante una processione per le feste cateriniane di maggio del 1609. Ugualmente scoppiò una lite tra la Contrada della Torre e i frati di San Martino. Le ragioni del contendere furono l'ampliamento, l'uso e la manutenzione della chiesa di San Giacomo. Alla fine la Contrada si fece autorizzare dal Comune a cavar rena ed eseguì in proprio i lavori di ampliamento. Nei primi Palii alla tonda non mancarono drammi e contestazioni. Il Principe Mattias dei Medici, grande appassionato di cavalli, fu fautore del Palio e occasionalmente giudice della vincita, non senza qualche clamoroso errore di giudizio. Nel 1664 in un Palio assai "garoso" era partita prima la Lupa con il fantino Bacchino, che al terzo giro cadde; il cavallo proseguì scosso e vinse. Ma, come scrisse un cronista "la Civetta nella quale vi correva Mone essendo arrivata seconda ebbe il Palio per aver così deciso l'imbecille Principe Mattias". Il cronista continua spiegando l'insulto "giacchè con buon senso, vince il cavallo e non il fantino". L'aneddoto è apocrifo, ma la diatriba no. Alla fine, la regola del buon senso avrebbe preso piede definitivamente, dopo tre secoli di controversie. Da allora a vincere il Palio sarebbe stato il cavallo, con o senza il fantino in groppa. E il barbero che vince "scosso" sarebbe rimasto per i senesi il segno più bello del favore del fato e della gioia. |