Miti, leggende e il Palio alla lunga (1000-1300) |
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Quando iniziò il Palio? Quanto è antico il Palio? La domanda ritorna insistente ogni estate a ogni senese. E se non c'è data certa, risposta certa c'è: il Palio è antico quanto Siena, ne percorre miti, leggende e poi tutta la storia civica. Nei secoli ne diviene progressivamente l'elemento distintivo, alcuni sostengono fino a porsi come quarta dimensione della realtà cittadina, elemento indispensabile, meccanismo modellante primario e ragione ultima dell'essere e del fare. La Contrada forma il fortissimo senso d'identità sociale dei Senesi e il Palio fornisce loro il modello di come fare le cose. Perfino in politica, è stato detto citando in proverbio, il palio si corre tutto l'anno. Siena fu città etrusca, di entità pare assai modesta ma ben collegata ai centri maggiori dell'etruria: Fiesole e Chiusi, Cortona e Volterra. E c'è chi ha sottolineato affascinanti analogie dei Palii delle origini con i giochi equestri degli etruschi e prima ancora dei Greci. Da Poggio Civitale, non lontano da Siena, proviene il famoso frontone, datato al VI secolo a.C., che mostra una serie di cavalieri allineati, che montano a pelo come i fantini di oggi, e come loro sono muniti di nerbi e di berrette, intenti a correre il loro Palio etrusco. Il mito di fondazione che vuole invece Siena nata dalla costola di Roma, fondata dai transfughi figli di Remo, li fa giungere al luogo fatidico di gran carriera, inseguiti dai cavalieri di Romolo. Senio e Aschio fondano Siena alla fine di un mitico "Palio alla lunga". L'insegna della nuova città sarà bianca e nera come i loro cavalli e come le nuvole di fumo che si innalzano dalle due are sulle quali offrono i loro sacrifici agli Dei. La Balzana (antica insegna romana) sarebbe rimasta per sempre lo stemma di Siena. Forse perchè, come ha scritto Geno Pampaloni, è il simbolo perfetto del carattere estremo della città. In apparenza opposizione irriducibile di bianco e nero, la Balzana presenta tutti insieme i colori fusi nel bianco e la loro assenza assoluta nel nero. Lo stesso è nel Palio: la Balzana è dovunque presente come insegna del Comune e come segno del tutto, reductio ad unum della concordia discorde, della faziosa armonia delle Contrade che nei loro colori individuali, sotto le loro bandiere, si dividono e si oppongono, si distinguono e si scontrano. Ma nella Balzana si ritrovano e si riuniscono come i senesi fuori di Siena o contro il resto del mondo-. I marmi ossessivamente bianchi del Duomo, per alcuni segno della gloria e del dolore della Madonna, lo rendono una "Sacra Balzana" esso stesso, appropriato scenario per l'offerta dei ceri, la benedizione del Palio, il Te Deum della vittoria, insomma per tutti i momenti più alti e tumultuosi di una religiosità popolare arcaica nelle sue forme ma sentita come parte sempre attuale e indispensabile dei riti palieschi. |
![]() La Madonna del Voto (sec. XIII) nel Duomo di Siena riceve ancora oggi l'omaggio delle contrade e della città |
Proprio al sagrato del Duomo Nuovo bianco e nero dal 1200 fu posta l'insegna del Comune a segnare l'arrivo della corsa dei barberi, il Palio alla lunga che nei secoli precedenti si era corso per le vie tortuose della città fino al Duomo vecchio, dedicato a San Bonifazio, come attestano documenti del XII secolo. E quando Siena divenne una delle più ricche e colte città dell'Europa del Medioevo, il Palio fu l'evento ludico e il momento culminante e conclusivo delle splendide feste annuali in onore di Nostra Donna d'Agosto, Maria Vergine Assunta regina e patrona di Siena e del suo Stato. A lei la città si sarebbe consacrata e raccomandata, offrendole le chiavi della città, in tutti i momenti estremi della sua storia, dalla vigilia della battaglia di Montaperti nel 1260 fino a quella del passaggio del fronte nel 1944. Per la festa dell'Assunta Siena diveniva "città aperta". Le catture venivano sospese, i fuorusciti potevano tornare e andar franchi per la città, merci e bestiame giungevano in gran copia per il grande mercato, le strade si animavano di musici e giullari, mimi e buffoni che intrattenevano la folla; saltimbanchi e forzaioli, cavadenti e guaritori, treccole e baldracche, osti e mercanti offrivano le loro merci e i loro servigi. La città esponeva arazzi e bandiere, addobbi, ammaj e ghirlande: nel 1329 il Comune ne fece intrecciare 600. Nel 1378 si spese per fare i fuochi artificiali, che per l'epoca rappresentarono una meraviglia. Il momento culminante delle feste era la cerimonia dell'offerta dei ceri e dei censi in Cattedrale, rito insieme religioso e politico, atto di devozione alla Madonna dei Senesi e di sudditanza ai suoi vicari in terra, i reggitori del Comune di Siena. Questo collettivo giuramento di fedeltà aveva un suo preciso rituale: una pergamena del 1220 ne dà la descrizione, riferendo un capitolo di uno statuto ancora più antico andato perduto. La quantità di censo in cera fina da offrire variava con l'importanza di chi faceva l'offerta, ma a presentarla erano tenuti e obbligati tutti i cittadini (tra i 18 e i 70 anni) e le istituzioni di Siena e del suo Stato, primo di tutti il Comune che come oggi offriva un cero fogliato e istoriato, ossia dipinto. Negli anni di maggior splendore i senesi che gremivano la Cattedrale avrebbero visto genuflettersi davanti alla loro Madonna del voto (e ai loro governanti che le stavano a lato) i loro nemici di ieri e di oggi concittadini: i Conti della Scialenga e quelli della Gherardesca, i saggi Aldobrandeschi e i Guidi, leggendari guerrieri. E la cera che gli operai del Duomo ammassavano sotto la cupola avrebbe raggiunto il peso di trentamila libbre, poi ridistribuite a tutte le pievi e parrocchie del vescovado, a rappresentare il paradigma antico del dono rituale con i suoi obblighi simbolici del dare, del ricevere e del ricambiare. Ossia, come suonava un detto caro al Boccaccio, "la Chiesa è come il mare: da tutti prende e a tutti dà". Analogo era il ruolo del Comune negli aspetti profani della festa. Dalle stinche si liberavano prigionieri estratti a sorte, come i nomi delle fanciulle virtuose e bisognose che venivano dotate "a spese del pubblico". Pubbliche riconciliazioni tra fazioni e famiglie alleviavano le faide cittadine. Si provvedevano cibi e bevande per tutti. Nell'atto di sottomissione e Montelaterone (1205) il Comune si impegna a fornire il vitto a chi porterà a Siena il tributo di cera fina. E' questa la prima testimonianza di un costume che sarebbe continuato nel banchetto offerto dalla Signoria e ai nostri giorni nelle grandi e popolari cene della vigilia imbandite per la città a migliaia di commensali. In un'età storica che viveva, anche nelle città più splendide come fu Siena, la "cultura della fame", la festa fu anche libertà dalle strette misure quotidiane del pane e del vino. La città reperiva, offriva e ostentava cibo e bevande per tutti, vini e carni, confetti e morselletti, biricuocoli e biancomangiari, tutti i diretti antenati dei cavallucci e dei ricciarelli, delle copate e dei panforti di oggi. Per l'organizzazione del Palio, il Comune nominava annualmente i Deputati della Festa, menzionati regolarmente nei documenti del Trecento, con compiti e attribuzioni assai più ampi degli attuali. A correre il Palio erano i nobili e i notabili sui loro cavalli da battaglia, perchè i giochi rituali medioevali furono battaglie mimate e training per la guerra. |
![]() Il Palio alla lunga al Chiasso Largo (stampa del sec. XVIII) |
La corsa fu all'inizio sensazionale e drammatica, ricca di eventi e di incidenti. Il più antico documento sul Palio è del 1238 e tratta di giustizia paliesca. Fissa a 40 soldi la pena pecuniaria inflitta a Ristoro di Bruno Ciguarde perchè quia cum currisset palium in festa Sante Marie de Augusto, et fuisset novissimus, non accepit sune sicut statutum est pro novissimo. Ossia perchè correndo il Palio ed essendo giunto altimo non aveva preso il porco, il premio derisorio che per regolamento veniva assegnato al perdente più perdente di tutti (allora l'ultimo, oggi il secondo arrivato). Tale "purga" era obbligatoria, per meglio definire vittoria e sconfitta (anche allora il Palio stabiliva classifiche e gerarchie tra vincitori e vinti, dettando perentoriamente il simbolico ordine dell'homo ludens. Un altro impagabile segno dei tempi lo troviamo in un disposto del Costituto del 1262, nel quale si decreta che coloro qui current eques, i partecipanti al Palio, i nobili fantini dell'epoca, non siano perseguibili per omicidi e ferimenti riconducibili alla carriera, purchè predicta maleficia non committerint studiose, ossia purchè non lo abbiano fatto apposta. Anche allora, ai fantini si chiedeva prima di tutto la rappresentazione teatrale dell'onesta. Le Contrade furono assai più numerose delle attuali. Dopo la peste del 1347, il loro numero si ridusse a 42. Presero i loro nomi da strade, porte o fonti, chiese o da illustri famiglie residenti nel loro territorio. Ebbero funzioni devozionali, amministrative, militari e ricreative. Capo della Contrada era un Sindaco, che rispondeva direttamente al Podestà, coadiuvato da consiglieri eletti dal popolo. La Contrada era soggetto di imposte, fungeva da polizia urbana, provvedeva al mantenimento delle vie ed espletava altre funzioni e servizi di pubblica utilità. |