Sala dei Nove - Comune di Siena

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Sala dei Nove

Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti

Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti

È forse la sala più nota tra quelle del Palazzo Pubblico e molti visitatori si accontentano della sua consultazione che, volendo approfondirla, può andare avanti per delle ore.

Ha avuto nel tempo molti nomi: "delle balestre" perchè anche destinata ad armeria, del "Buon Governo" perchè ospita quell'allegoria, " della Pace" da una delle figure qui rappresentate. Ma la sala incarna appieno la mentalità dei Nove, la forma di governo che più a lungo e meglio resse a Siena, dal 1287 al 1355, garantendole uno sviluppo economico e artistico con pochi eguali al mondo.
I Nove incaricarono nel 1337, Ambrogio Lorenzetti, che dopo la partenza di Simone Martini per la corte papale ad Avignone, era rimasto il principale interprete della Scuola senese, di decorare l'ambiente.

In esso i Nove ricevevano gli ospiti, volendo che fosse immediatamente chiaro quali erano gli ideali che ispiravano il loro agire.

Si tratta del primo ciclo profano della storia dell'arte e si sviluppa per vari gradi descrittivi con una meticolosa determinazione didascalica, come a dire che non vi dovesse essere alcun dubbio sulla comprensione del messaggio proposto. Sulla parete opposta alla finestra, quindi in migliori condizioni di leggibilità vi è l'Allegoria del Buon governo". Essa si basa sul concetto della divisione dei poteri tra il "Governo", raffigurato attraverso un vecchio saggio vestito dei colori di Siena (bianco e nero), e la "Giustizia" dotata della simbolica bilancia. I due protagonisti dell' amministrazione dello Stato agiscono sullo stesso piano, pur lavorando in ambiti diversi.

Il "governo" si avvale dell'apporto delle virtù cristiane, nel suo operare, mentre la "Giustizia" è assistita dalla "Sapienza".

Dai piatti della bilancia della "Giustizia" si diparte un doppio filo, poi riunito dalla figura della "concordia" e consegnato da questa a ventiquattro cittadini che lo riconducono al "governo", a significare che la separatezza dei poteri, secondo l' antica concezione aristotelica dello Stato, mutuata del pensiero di Tommaso d'Aquino, deve conoscere aspetti di vicinanza, garantiti dalla partecipazione dei cittadini alla gestione delle cose pubbliche.

Sull' altro lato della figurazione è schierato l' esercito con dei prigionieri in catene, come altro elemento fondamentale dell'equilibrio politico.

Ai piedi del "governo" è assisa una lupa, per la prima volta proposta come simbolo della città, un segno che fino ai nostri giorni è stato riproposto nelle architetture, nelle monete, nelle insegne anche più umili.

Nella parete accanto, sovrastante la porta d' accesso, sono dipinti, "Gli Effetti del Buongoverno in città e in campagna". La città e il paesaggio non sono astratti ma ben identificabili in Siena e nel suo territorio, raffigurati con tutte le loro peculiari caratteristiche. Nella Siena medievale fervono le varie attività: i commerci, le manifatture, lo studio. I muratori costruiscono nuovi edifici in una città che cresce. I traffici sono intensi lungo la strada (la Francigena) che taglia la città e la sua campagna, che è segnata dall'intervento rispettoso dell' uomo che la usa a suo vantaggio.

Su tutta la scena domina la "Securitas", la cui morbida grazia non è scalfita dalla sinistra presenza dell'impiccato che tiene. La sicurezza che per i più si tramuta nell'agio di condurre tranquillamente le proprie occupazioni, per alcuni di dedicarsi al diletto dello spirito.

Sulla parte opposta, rispondendo ad una esigenza di tipo didattico, sono raffigurati "L'Allegoria e gli effetti del Cattivo governo" in modo che l'esempio negativo possa ancor più far brillare le concezioni dei Nove.

Il concetto che si vuole esplicitare è quello della "Tirannia", di un tipo di governo cioè che non guarda al bene comune ma ai propri ristretti interessi. Per ottenere lo squallido risultato il Tiranno, che come consiglieri tiene i "vizi", ha dovuto per prima cosa neutralizzare la "giustizia" che, legata e spogliata, è ormai priva delle sue prerogative.

Ne conseguono effetti devastanti per la città e la campagna, ridotte a scenario di angherie e violenza, teatro di morte e distruzione, dove nessuno lavora e soltanto il fabbro prosegue nella sua mortifera attività di costruttore d'armi.

Il grandioso ciclo lorenzettiano ci è giunto gravemente lesionato dal tempo e anche dalla scarsa considerazione di cui ha goduto questo genere d'arte, considerata "primitiva", nei secoli passati.